«Se per gli altri non ero quel che finora avevo creduto d'essere per me, chi ero io?»
Sono passati quasi cento anni dalla pubblicazione di Uno, nessuno e centomila eppure questa domanda conserva una forza sorprendente. Non appartiene soltanto a Vitangelo Moscarda, il protagonista del romanzo di Pirandello. Appartiene, in forme diverse, a ciascuno di noi.
È curioso pensare che tutto abbia origine da un'osservazione apparentemente insignificante. La moglie di Moscarda gli fa notare che il suo naso è leggermente storto. Un dettaglio che nessuno considererebbe importante. Eppure quel momento incrina l'immagine che aveva sempre avuto di sé. Se per tutta la vita non si era accorto di una caratteristica così evidente, quante altre cose gli erano sfuggite? Era davvero la persona che aveva sempre creduto di essere oppure esistevano tante versioni di lui quanti erano gli occhi che lo osservavano?
Pirandello ci accompagna dentro una scoperta che ancora oggi mette a disagio: l'identità non è qualcosa di rigido e immutabile. Ognuno di noi viene percepito in modo diverso dalle persone che incontra. Per qualcuno siamo affidabili, per altri siamo distaccati. C'è chi ci considera forti e chi, nello stesso momento, ci vede fragili. Nessuna di queste immagini è completamente vera, ma nessuna è nemmeno del tutto falsa.
Quello che forse Pirandello non avrebbe potuto immaginare è che un secolo dopo questa frammentazione dell'identità sarebbe diventata ancora più complessa.
Oggi cambiamo ruolo continuamente. Nel giro di poche ore possiamo essere professionisti competenti, genitori, figli, amici, partner, colleghi. A questi si aggiunge un'altra dimensione, quella digitale, nella quale scegliamo con attenzione quali aspetti di noi mostrare e quali lasciare in ombra. Ogni contesto richiede un linguaggio diverso, un comportamento diverso, un'immagine diversa.
Questo non è necessariamente un problema. Anzi, la capacità di adattarsi alle situazioni è una competenza relazionale fondamentale. Nessuno si comporta nello stesso modo durante una riunione di lavoro e mentre gioca con il proprio figlio. Il rischio nasce quando questa capacità di adattamento diventa così automatica da farci perdere il contatto con ciò che sentiamo realmente.
Accade più spesso di quanto immaginiamo. Ci abituiamo a essere quelli che risolvono sempre i problemi, quelli che non chiedono mai aiuto, quelli che mantengono tutto sotto controllo. All'inizio sono semplicemente comportamenti; con il tempo diventano identità. E quando un ruolo viene ripetuto abbastanza a lungo, finiamo per confonderlo con la nostra persona.
Molte delle difficoltà che emergono nei percorsi di consulenza non nascono da un evento traumatico o da una crisi improvvisa. Hanno un'origine molto più silenziosa. Le persone raccontano di sentirsi stanche, irritabili, svuotate. Dicono di non riconoscersi più, di vivere con la sensazione di dover rincorrere continuamente qualcosa. Faticano a spiegare da dove provenga quel malessere perché, in fondo, la loro vita sembra funzionare. Lavorano, hanno una famiglia, relazioni, responsabilità. Eppure qualcosa non torna.
Spesso quel disagio nasce proprio dalla distanza tra ciò che si è imparato a mostrare e ciò che si continua a sentire dentro di sé.
Viviamo in una società che parla continuamente di autenticità, ma che allo stesso tempo misura il nostro valore attraverso risultati, prestazioni, produttività, immagine. È una contraddizione sottile. Da una parte ci viene detto di essere noi stessi, dall'altra percepiamo continuamente aspettative, standard e modelli ai quali adeguarci. Non serve che qualcuno ce lo imponga esplicitamente. Dopo un po' iniziamo a farlo da soli.
Ed è qui che compare una forma di solitudine di cui si parla poco.
Non è la solitudine di chi non ha persone accanto. È quella di chi si sente visto soltanto attraverso il ruolo che ricopre. Si viene apprezzati perché si è competenti, affidabili, disponibili, forti. Ma raramente qualcuno si chiede quanto costi mantenere quella versione di sé ogni giorno.
Le maschere, in fondo, nascono anche per proteggerci. Sarebbe ingenuo pensare di poter vivere senza indossarne alcuna. Ogni relazione richiede un certo grado di adattamento e sarebbe impossibile esprimere ogni emozione in qualsiasi contesto. Il problema non è avere delle maschere. Il problema è dimenticare di poterle togliere.
Credo che il messaggio più attuale di Pirandello non sia l'idea che siamo "centomila", ma l'invito implicito a non smettere di interrogarci. Non esiste una versione definitiva di noi stessi da trovare una volta per tutte. L'identità è qualcosa che cambia, cresce, si modifica insieme alle esperienze che viviamo. Pensare di dover rimanere sempre uguali significa negare la nostra stessa natura.
Forse la domanda da porsi oggi non è "Chi sono davvero?", perché probabilmente non esiste una risposta unica. Potrebbe essere più utile chiedersi: "Quanto spazio sto lasciando a ciò che sento realmente?" Oppure: "Le scelte che sto facendo appartengono ancora a me o stanno semplicemente rispondendo alle aspettative degli altri?"
Sono domande scomode, perché costringono a fermarsi. Ma è proprio nelle pause che spesso ritroviamo una parte di noi che avevamo smesso di ascoltare.
Pirandello ci ha lasciato un romanzo, non un manuale per vivere. Non offre soluzioni, né ricette. Ci ricorda però qualcosa che, forse, oggi abbiamo ancora più bisogno di tenere a mente: l'identità non è un'etichetta da difendere, ma un dialogo continuo con noi stessi.
Forse non riusciremo mai a essere soltanto "uno". Continueremo a essere persone diverse nelle relazioni che viviamo, e questo è profondamente umano. Possiamo però evitare di diventare "nessuno". Possiamo scegliere di ritagliarci spazi nei quali non sia necessario dimostrare, convincere o interpretare un ruolo. Spazi nei quali poter semplicemente essere.
Ed è proprio da lì che, molto spesso, inizia il cambiamento. Non quando troviamo finalmente una risposta definitiva alla domanda "Chi sono?", ma quando smettiamo di rincorrere l'immagine che gli altri hanno di noi e iniziamo, con maggiore curiosità e meno giudizio, ad ascoltare la persona che stiamo diventando.